sabato 17 giugno 2017

Elezioni Regionali con parità di genere? Chissa!

 
Ancora, in ordine alla rappresentanza del genere femminile in politica, dopo quelle di Oristano 2017 - (*previsione antecedente il turno di ballottaggio e degli eventuali apparentamenti) http://piacerepiapiapia.blogspot.it/2017/06/appunti-2-sulle-elezioni-comunali-di.html, riporto le risultanze dell’analisi da me effettuata sulle amministrative della città di Cagliari per le comunali 2016.  Mi proponevo, di verificare se nella città capoluogo, notoriamente più aperta e incline alla parità di genere, anche in seno agli organi amministrativi pubblici e privati, tali principi, trovino plastica affermazione, anche dentro il Comune più numeroso della Sardegna.

In dettaglio, erano presenti ben 34 liste, con un totale di 1054 candidati a consigliere comunale, di questi il numero di aspiranti consigliere di sesso femminile era di n. 443.

Di queste 34 liste, ai fatti, solo 6, hanno eletto delle proprie rappresentanti.
il PD su 10 ne ha eletto 4
SEL su 4 ne ha eletto 1
il PSdAz su 4 ne ha eletto 2
Forza CA su1 ne ha eletto 1
il M5S 1 ha eletto la candidata a sindaco

In totale n. 8 consigliere elette con la preferenza scritta nella scheda, al netto della n.1 candidata sindaco del M5S, che entra di diritto avendo raggiunto il quorum.

Pertanto un totale di n. 9 donne su 34 consiglieri pari al 26,47% dell’assemblea.
E n. 8 consigliere femmine su 443 candidate alla carica - 8 x 100 : 443 = 1,80%

ad Oristano nel 2017 in Consiglio 5 su 25 pari al (20%)
a Cagliari nel 2016 in consiglio 9 su 34 pari al (26,47%)
ad Oristano nel 2017 elette n. 2 su 200 candidate pari all’ (1%)
a Cagliari nel 2016 elette 8 su 443 candidate pari all’ (1,8%)


In attesa che in Consiglio Regionale, si determini una volontà politica di recepimento nella legge elettorale statutaria della doppia preferenza, oppure delle liste bloccate ed intervallate uomo - donna, o dei collegi uninominali, questa che segue è la normativa in campo.

Nell’ordinamento italiano ( fonte: governo.it) sono presenti diverse norme, sia nazionali che regionali, rivolte alla promozione della partecipazione delle donne alla politica e all’accesso alle cariche elettive.
Si tratta di disposizioni emanate in attuazione degli articoli 51, primo comma, e 117, settimo comma, della Costituzione.

L’art. 51 Cost. afferma la parità di accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive tra uomini e donne e prevede che la Repubblica promuova con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. Quest’ultimo periodo è stato inserito dalla legge costituzionale n. 1 del 2003.


L’articolo 117, settimo comma (introdotto dalla legge costituzionale n. 3/2001), afferma che «le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive»
Legge elettorale della Camera dei Deputati

Il testo di legge costituzionale, approvato in via definitiva dal Parlamento il 12 aprile 2016 e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 15 aprile 2016 n. 88, recante “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione» ha inserito alcune disposizioni in tema di parità di genere.

All’art. 55 Cost. è stato introdotto il seguente principio: “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza” e all’art. 122 Cost., inoltre, è stato stabilito che la legislazione statale definisce i principi fondamentali per promuovere a livello regionale l’equilibrio di rappresentanza di genere.
Il testo è stato bocciato nella sua interezza al referendum Costituzionale, tenutosi il 04 dicembre 2016.

In materia elettorale, la nuova legge elettorale (legge 6 maggio 2015, n.52) che (forse) si sarebbe dovuta applicare dal 1 luglio 2016, detta alcune norme in favore della rappresentanza di genere per le elezioni della Camera, modificando l’articolo 18-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957. Viene previsto che, a pena di inammissibilità, nel complesso delle candidature circoscrizionali di ciascuna lista, nessuno dei due sessi possa essere rappresentato in misura superiore al 50% e che, nella successione interna delle liste nei collegi plurinominali, i candidati siano collocati in un ordine alternato di genere. Inoltre, sempre a pena di inammissibilità della lista, i candidati capolista dello stesso sesso non possono superare il 60% del totale in ogni circoscrizione (art. 2, comma 10, lett. c).

Rappresentanza di genere nelle Regioni e negli enti locali

Con la Legge n. 20 del 15 febbraio 2016, (GU n. 46 del 25 febbraio 2016), "Modifica all'articolo 4 della legge 2 luglio 2004, n. 165, recante disposizioni volte a garantire l'equilibrio nella rappresentanza tra donne e uomini nei consigli regionali", si prevede che le regioni a statuto ordinario, nel disciplinare con legge il proprio sistema elettorale, promuovano le pari opportunità tra donne e uomini nell’accesso alle cariche elettive attraverso la predisposizione di misure specifiche a seconda dei diversi sistemi elettorali regionali, quali: le quote di lista, l'espressione della cd. «doppia preferenza» e l'alternanza di genere. 


Con le modifiche introdotte, la legge statale non si limita pertanto a prevedere tra i principi, come disposto dalla legge 23 novembre 2012, n. 215, la "promozione della parità tra uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive attraverso la predisposizione di misure che permettano di incentivare l'accesso del genere sottorappresentato alle cariche elettive", ma indica anche specifiche misure promozionali, declinandole sulla base dei diversi sistemi elettorali per la scelta della rappresentanza dei consigli regionali.

Il testo prevede tre ipotesi con riferimento:
alle liste con preferenze,
alle liste bloccate
ai collegi uninominali.
In particolare, per i sistemi elettorali che prevedono preferenze, sono contemplati due meccanismi per promuovere la rappresentanza di genere:
quota di lista del 40 per cento (in ciascuna lista i candidati di uno stesso sesso non devono eccedere il 60 per cento del totale);
b) preferenza di genere (deve essere assicurata l'espressione di almeno due preferenze, di cui una riservata a un candidato di sesso diverso. In caso contrario, le preferenze successive alla prima sono annullate).

Invece, in caso di liste “bloccate”, deve essere prevista l'alternanza tra candidati di sesso diverso, in modo tale che i candidati di un sesso non eccedano il 60 per cento del totale.

Nell’ipotesi di collegi uninominali, nell'ambito delle candidature presentate con il medesimo simbolo, i candidati di un sesso non devono eccedere il 60 per cento del totale.

La legge non prevede sanzioni applicabili in caso di inosservanza delle disposizioni volte a garantire la rappresentanza di genere.

I principi dettati dalla legge non risultano applicabili nelle regioni a statuto speciale, per le quali vale quanto stabilito dalla legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2, che ha modificato gli statuti speciali della regione Siciliana, della Valle d'Aosta, della Sardegna, del Friuli-Venezia Giulia e del Trentino-Alto Adige, attribuendo a ciascuna regione la competenza legislativa sul proprio sistema di elezione dei consiglieri, del Presidente e degli altri componenti della Giunta, nonché la disciplina dei casi di ineleggibilità e incompatibilità, senza il limite dei principi stabiliti con legge statale (come previsto per le regioni a statuto ordinario).


Per gli enti locali, rilevante è stata l’approvazione nella XVI legislatura della legge 23 novembre 2012, n. 215, recante disposizioni per promuovere il riequilibrio delle rappresentanze di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali (Consigli comunali, Consigli circoscrizionali, Comuni con popolazione superiore a 300.000 abitanti; Giunte comunali e provinciali) e nei Consigli regionali.


Tale legge, in riferimento alla rappresentanza a livello regionale, come già sottolineato, fissava unicamente un principio secondo il quale le leggi regionali che disciplinano il sistema di elezione del Presidente della giunta regionale e dei consiglieri regionali, promuovano “la parità tra uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive attraverso la predisposizione di misure che permettano di incentivare l'accesso del genere sottorappresentato alle cariche elettive”.


La stessa legge n. 215 del 2012 prevede, per i Consigli dei Comuni sopra i 5.000 abitanti, un duplice strumento: la quota di lista e la preferenza di genere. La prima comporta che nessuno dei due generi possa figurare nelle liste di candidati alla carica di consigliere comunale in misura superiore ai due terzi del totale dei candidati; la seconda permette all’elettore di esprimere due preferenze (anziché una, com’era secondo la normativa previgente), che devono però riferirsi a due candidati di genere diverso, pena l’annullamento della seconda preferenza.


Per tutti i comuni con popolazione fino a 15.000 abitanti è comunque stabilito che nelle liste dei candidati sia assicurata la rappresentanza di entrambi i sessi. Tale norma ha particolare rilievo per i comuni con popolazione inferiore a 5.000 abitanti (ai quali, come visto, non si applica la quota di lista). Le disposizioni esaminate per l’elezione dei consigli dei comuni con popolazione superiore a 15.000 si applicano anche ai consigli circoscrizionali. Per la composizione delle Giunte, la legge n. 215 si è limitata a prevedere che essa rispetti “il principio di pari opportunità tra donne e uomini, garantendo la presenza di entrambi i sessi”.


La questione delle c.d. quote rosa in seno agli organi amministrativi degli enti pubblici è stata regolamentata anche dall' art. 1, comma 137 della L. 7 aprile 2014, n. 56, “Disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni”, per il quale "Nelle giunte dei comuni con popolazione superiore a 3.000 abitanti, nessuno dei due sessi può essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento, con arrotondamento aritmetico".


Peraltro, già prima dell'entrata in vigore dell' art. 1, comma 137, L. n. 56 del 2014, la giurisprudenza amministrativa aveva avuto modi di affermare che: "E' illegittimo, per violazione del principio delle pari opportunità, contenuto negli art. 3 e 51 della Costituzione e 23 della carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, nonché degli artt. 6, comma 3 e 46, comma 2, TUEL, nel testo risultante dalla L. n. 215 del 2012 , il decreto di nomina degli assessori ­ tutti di sesso maschile - della Giunta municipale" (cfr: Cons. St., sez. V, 18 dicembre 2013, n. 6073 sul Comune di Santa Cesarea Terme c. Cretì e altri ).

Elezioni europee

Per le elezioni del Parlamento europeo, la legge 22 aprile 2014, n.65, ha introdotto anche nella legge elettorale europea disposizioni volte a rafforzare la rappresentanza di genere. In particolare, si è prevista una norma transitoria per il rinnovo del Parlamento europeo del 25 maggio 2014, secondo la quale, nel caso in cui l’elettore esprima tre preferenze per candidati dello stesso genere, la terza debba essere annullata. Si prevede poi che, a partire dal 2019, in ogni lista, i candidati dello stesso sesso non potranno eccedere la metà.

venerdì 16 giugno 2017

Province: demagogia dei Riformatori atto II°


Sempre a proposito di Province, ho recentemente osservato il comportamento del CdM http://piacerepiapiapia.blogspot.it/2017/06/province-e-cdm.html#links  - in ordine alla mancata impugnazione da parte del governo, della norma introdotta nella legge regionale n. 5/2017, che impedisce le elezioni degli organi di secondo grado, e contestualmente ha prorogato sino a tutto il 31.12.2017, gli attuali illegittimi amministratori straordinari del PD, i quali, in tutto questo disastro e sfascio istituzionale e politico, che oramai è in essere dal 2011, sono gli unici a guadagnarci lautamente.
Segnalo, oggi, invece, la volontà politica, nevrotica quanto inutile, di distruggere questi Enti in Sardegna, perseguita con ostinazione, contrariamente all'esito del referendum Costituzionale, che invece le Province ha massicciamente confermato nell'ordinamento dello Stato, al quale sono equiordinate.
La penosa proposta di legge nazionale, che vorrebbe scaricare tutto sui comuni e le loro unioni: http://consiglio.regione.sardegna.it/XVLegislatura/Prop.legge%20naz/proplegn016.asp è stata depositata, ad appena 3 giorni dall'esito referendario nazionale, nonostante lo schiacciante risultato ottenuto, cioè del 74% dei "NO".
In altre parole, mentre è pacifico che le province restano in Costituzione,  con grande dolore e insofferenza dei primi storici detrattori e nemici delle stesse, cioè il Partito dei Riformatori,  coloro i quali, si sono prodigati ad ogni livello per la  scomparsa istituzionale degli Enti, causando danni irreversibili politici e istituzionali, determinando la scomparsa di numerosi  servizi  storicamente erogati ai cittadini, a soli 3 giorni della loro conferma, presentano il seguente testo:

CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA
XV LEGISLATURA

PROPOSTA DI LEGGE NAZIONALE N. 16
presentata dai Consiglieri regionali
COSSA - DEDONI - CRISPONI
il 7 dicembre 2016
Modifica dell'articolo 43 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3
(Statuto speciale per la Sardegna)
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RELAZIONE DEL PROPONENTE
Lo Statuto sardo prevede una potestà legislativa primaria della Regione, in materia di ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni (articolo 3, comma 1, lettera b)). In particolare, l'articolo 43 dispone:
"1. Le province di Cagliari, Nuoro e Sassari conservano l'attuale struttura di enti territoriali.
2. Con legge regionale possono essere modificate le circoscrizioni e le funzioni delle province, in conformità alla volontà delle popolazioni di ciascuna delle province interessate espressa con referendum.".
Tre province, in sostanza, sono indicate direttamente ed espressamente dalla norma statutaria, Questo significa che tali enti vanno considerati alla stregua di figure di rilevanza costituzionale, essendo lo Statuto della Sardegna, in quanto regione speciale, adottato con legge costituzionale. Alle tre province a pieno titolo storiche si è poi aggiunta la Provincia di Oristano (istituita con legge 16 luglio 1974, n. 306).
Poiché sono esplicitamente richiamate dallo Statuto, le prime province hanno un rango direttamente costituzionale, e l'unica possibilità che ha nei loro riguardi il legislatore regionale è quella di modificarne le circoscrizioni.
In tal senso, è stata approvata la legge regionale 4 febbraio 2016, n. 2, che ha istituito l'Area metropolitana di Cagliari e ridefinito le circoscrizioni delle attuali quattro province: Sud Sardegna, Oristano, Nuoro e Sassari.
Una scelta legislativa di abrogazione totale della presenza delle province nel tessuto autonomistico regionale non è possibile. Solo il legislatore costituzionale può disattivare l'articolo 43 dello Statuto, consentendo alla legislazione regionale di perseguire l'opzione dell'eliminazione di ogni ente provinciale dall'ordinamento regionale degli enti locali. Una norma statutaria speciale, che è norma costituzionale, incontrerebbe il solo limite dei principi supremi dell'ordinamento costituzionale ed è difficile sostenere che l'esistenza delle province appartenga a questo nucleo duro e immodificabile dell'assetto costituzionale.
La presente proposta di legge nazionale contiene un unico articolo, che prevede che l'ordinamento degli enti locali sia articolato esclusivamente sui comuni anche in forma associata in unioni di comuni, come previsto dalla legge regionale 4 febbraio 2016, n. 2 (Riordino del sistema delle autonomie locali della Sardegna).

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TESTO DEL PROPONENTE

Art. 1
Soppressione delle province
1. L'articolo 43 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale della Sardegna) è sostituito dal seguente:
"Art. 43
Nella Regione l'ordinamento degli enti locali è articolato esclusivamente sui comuni, i quali, secondo le modalità disciplinate con legge regionale, possono associarsi per svolgere, attraverso l'esercizio congiunto delle funzioni e secondo principi di adeguatezza ed efficacia, compiti di area vasta e per partecipare alla programmazione regionale.
La legge regionale, adottata ai sensi dell'articolo 3, comma 1, lettera b), del presente Statuto disciplina il riordino dell'ordinamento degli enti locali della Sardegna.".
 

giovedì 15 giugno 2017

Appunti (2) sulle elezioni Comunali di Oristano 2017

 
Come volevasi dimostrare, nonostante la legge elettorale sull'elezione del consigli, nei comuni sopra i 15.000 abitanti, preveda la possibilità di esprimere 2 preferenze, divise per genere: maschile e femminile, che concretamente, corrisponde a ciò che alcuni movimenti di donne impegnate in politica, vanno da tempo chiedendo al Consiglio Regionale, sopratutto per introdurre questa norma di rango statutario elettorale, anche per le elezioni regionali, qualcosa mi convince sempre meno.

Nonostante il gran parlare, manifestare in via Roma 25, protestare con "muncadores in conca" ed altro, con o senza la "H", ad Oristano, nelle 20 liste depositate e presenti nella competizione elettorale, su 453 candidati alla carica di consigliere comunale, il genere femminile era rappresentato da ben 200 candidate.

Tralasciando le 3 figure femminili, candidate a sindachessa, le quali, indipendentemente dalla vittoria al ballottaggio, sia del csx che del cdx, entrano comunque in consiglio in virtù di tale ruolo, la rappresentanza elettiva, cioè di quelle che hanno preso le preferenze, sia singolarmente, che in abbinata con altro consigliere di genere maschile, risulta abbastanza modesta.

In sostanza se vince il cdx, oltre le 3 già indicate, entrano in consiglio solo altre 2 donne, cioè: Gianna De Lorenzo di F.I. e Giulia Solinas di F.P. - mentre, se vince il csx, ne entrano sempre e soltanto 2, oltre le 3 già indicate, cioè: Carla della Volpe e Manuela Carta del P.D. 

Il numero complessivo delle donne consigliere, pertanto, non supererà il numero di 5 su 25 componenti il consiglio comunale, cioè il 20% totale dell'organo assembleare, al netto, naturalmente di eventuali nomine in giunta, subentri e/o surroghe successive, sempre probabili.

Colpisce il numero di solo 2 elette su 200 candidate

Corrisponde esattamente all'1%. Valore bassino, per poter ottenere tutta quella grande attenzione da parte della politica regionale, a supporto delle pretese avanzate, per la modifica della Legge regionale n°1/2013 statutaria regionale, adeguandola ai principi della legge elettorale dei comuni sopra i 15.000 abitanti.

Si tenga presente che nell'assemblea legislativa, su 60 componenti, il numero delle consigliere di genere femminile elette con espressione di preferenza, è pari a 4, cioè il 6,6%, ben superiore all'1%, eletto nel consiglio comunale di Oristano, naturalmente al netto delle candidature a Presidente della Regione, che pur erano presenti nelle competizioni regionali del febbraio 2014 (nessuna eletta), comparandole a titolo esemplificativo con l'elezione a sindaco in esame.

In sostanza, se ne ricava, che nel consiglio comunale della città di Eleonora, al netto delle candidature a sindaco, si eleggono percentuali e numeri inferiori, rispetto all' assemblea legislativa sarda.

Questi dati dovrebbero far riflettere la classe politica regionale, prima di mettere eventualmente mano alla legge elettorale ( ci sono 9 proposte al riguardo), prima del prossimo turno del febbraio 2019, sempre che ci arriviamo, vista l'instabilità nel quadro politico di maggioranza .

Tralascio, per altre considerazioni per altra sede, i numeri relativi alla maggioranza degli elettori/elettrici che hanno votato, posto che risulta in netta maggioranza a vantaggio del genere femminile, che come risulta del tutto evidente, non sostengono per prime loro stesse le candidate del loro genere, che invece, secondo quanto affermano,  dicono di supportare.

Sull'argomento specifico, sulle cause ed altro, è necessario un dibattito aperto e sincero, un approfondimento, un analisi sociologica e politica.

Chi ha da tessere, tessa!


mercoledì 14 giugno 2017

Appunti sulle elezioni Comunali di Oristano 2017


 
Fatti salvi eventuali apparentamenti, possibili sino a sabato 17 giugno p.v., la composizione del prossimo consiglio comunale della città di Oristano, salvo sorprese, verosimilmente, dovrebbe essere il seguente:
Sulla base dei calcoli da me effettuati ( ma posso sbagliarmi) sui voti ottenuti dalle liste, utilizzando il metodo D’Hont, ed ai sensi dell' art. 73 testo Unico EE.LL. 267/2000 - Elezione del consiglio comunale nei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti - cioè con la ripartizione (60 per cento dei seggi alla maggioranza e 40% alla minoranza)

24:100 = 0,24 x 60% = 14,4 viene arrotondato in difetto a 14

Se Vince Lutzu:
Maggioranza 14 consiglieri + 1 sindaco   =  15
di cui:
Forza Italia, 7 consiglieri
Riformatori, 3 consiglieri
Fortza Paris, 3 consiglieri
Un’altra Oristano, 1 consigliere

Minoranza: 10 consiglieri
24:100 = 0,24 x 40% = 9,6 viene arrotondato per eccesso a 10

PD, 3 consiglieri, (*compreso candidato sindaco della coalizione, al posto dell'ultimo della stessa lista che ha riportato la  minor cifra individuale = Maria Obinu al posto di Carla della Volpe)
UDC, 1 consigliere
PDS, 1 consigliere 
- ( *il candidato sindaco della coalizione, al posto del 1° della lista, che ha riportato la  minor cifra individuale = Pecoraro al posto di Alessandro Baccoli
Arti mestieri Imprese, 1 consigliere
Sport & Salute, 1 consigliere - ( *il candidato sindaco della coalizione, al posto del 1° della lista, che ha riportato la  minor cifra individuale = Martinez al posto di Monica Masia)
Coraggio  & Libertà, 2 consiglieri, compreso candidato sindaco = Anna Maria Uras al posto di Umberto Marcoli e Alberto Carta)
M5S, 1 consigliere, candidato sindaco 
Se Vince Maria Obinu:
Maggioranza 14 consiglieri + 1 sindaco   = 15
di cui:
PD, 8 consiglieri, compreso candidato sindaco 
Valore comune,1 consigliere
Oristano nel Cuore, 2 consiglieri
PSI, 1 consigliere
Noi OR, 2 consiglieri
PSDAZ, 1 consigliere 

Minoranza: 10 consiglieri
Coraggio  & Libertà, 1 consigliere candidato sindaco 
Forza Italia, 2 consiglieri
Riformatori, 1 consigliere
Fortza Paris, 1 consigliere - ( *il candidato sindaco della coalizione, al posto del seggio della lista, che ha riportato la  minor cifra individuale = Andrea Lutzu al posto di Massimo Sanna) 
UDC, 1 consigliere
PDS, 1 consigliere - (*il candidato sindaco della coalizione, al posto del seggio della lista che ha riportato la  minor cifra individuale = Pecoraro al posto di Alessandro Baccoli)
Arti mestieri Imprese, 1 consigliere 
Sport & Salute, 1 consigliere - ( *il candidato sindaco della coalizione, al posto del seggio della lista che ha riportato la  minor cifra individuale = Martinez al posto di Monica Masia) 
M5S, 1 consigliere candidato sindaco 

Curiosità ( da smentire...? ):
In entrambi i casi il PDS, elegge solo i candidato sindaco Vincenzo Pecoraro.
Fortza Paris, se vince il csx, cede il proprio ed unico  rappresentante, al candidato sindaco della coalizione, Andrea Lutzu), se vince il cdx ne eleggono 3.
In entrambi i casi, Martinez entra al posto della Monica Masia di Sport & Salute, mentre è comunque confermato il seggio per Andrea Riccio di Arte e mestieri.
In entrambi i casi è confermato il seggio del M5S per la Patrizia Cadau .
Coraggio & Libertà se vince il cdx, elegge 2 seggi = Anna Maria Uras al posto di Umberto Marcoli e Alberto Carta, mentre, se vince il csx, elegge solo Anna Maria Uras, candidata sindachessa.
l'UDC, in entrambi i casi, ne elegge sempre 1, cioè Peppi Puddu.
I Riformatori, se vince il cdx, eleggono 3 consiglieri, se vince il csx, solo 1.
il PD, se vince il csx, ne eleggono 8, mentre se vince il cdx, ne eleggono 3, in entrambi i casi,  compresa la candidata sindachessa.
Forza Italia, se vince il cdx, ne eleggono 8 compreso il candidato sindaco, mentre se vince il csx, solo 2, in quanto il seggio del candidato sindaco della coalizione, verrebbe sottratto a Forza Paris. 
Un'altra Oristano, piazza 1 seggio solo se vince il cdx.
Oristano nel Cuore e Noi OR, piazzano 2 seggi a testa, solo se vince il csx.
Valore Comune, PSI e PSDAZ, piazzano 1 seggio a testa, solo se vince il csx.

Le liste: Scuola Identità, Idee Rinnovabili, Cittadini per Oristano e Fd'I, in entrambi i casi, anche a seguito del ballottaggio del 25 giugno, non partecipano alla ripartizione dei seggi. 

Infine, se vince il cdx, in consiglio si avranno 10 gruppi consiliari, se vince il csx se ne formeranno il 50% in più, cioè ben 15, fatti salvi accorpamenti  o altro, sempre possibili ma non prevedibili al momento.

Per quanto attengono gli eventuali commenti sul risultato e la gestione delle elezioni della città capoluogo, dal mio personale punto di vista di militante del PSD'AZ, mi riservo di esprimerlo bene e compiutamente nelle sedi di partito.

Chissà!?

martedì 13 giugno 2017

PUC MOGORO


  

Ecco la proposta inviata ai consiglieri comunali, per il Piano Urbanistico Comunale  ( P.U.C. ) che dovrà essere illustrata e presentata nel prossimo consiglio comunale, già convocato per giovedì 22/06/2017.
Non entro nel merito dei contenuti, ci sarà tempo e modo.

Ritenendo di farVi cosa gradita, posto che, ad oggi, non sono a conoscenza se i contenuti siano stati divulgati e si siano svolti incontri pubblici, dibattiti o assemblee, anche con i tecnici del territorio, pubblico il link, zippato della cartella, dal quale si può accedere per scaricare i singoli documenti.

https://drive.google.com/file/d/0B7BwLuGiEnooWm1YT2FFZVhEeG8/view?usp=sharing

Province e CdM


  
Il Consiglio dei ministri riunitosi (cdm n.33) nella mattinata di venerdì 9 giugno 2017,  a Palazzo Chigi, tra gli altri provvedimenti, ha deliberato di impugnare, unica tra le n. 9 leggi regionali esitate, la legge Regione Sardegna n. 5 del 13/04/2017, “Legge di stabilità 2017”: in quanto "una norma, riguardante l’attribuzione del salario accessorio del personale operante presso la Centrale regionale di committenza, viola l’art. 117, secondo comma, lett. l), della Costituzione, che riserva alla competenza dello Stato l’ordinamento civile e, quindi, i rapporti di diritto privato regolabili dal Codice civile (contratti collettivi). Un’altra norma, prevedendo autorizzazioni di spesa prive di copertura finanziaria, viola l’articolo 81, terzo comma, della Costituzione";

A onor del vero, vi erano anche altri motivi, affinché il Dipartimento competente, eccepisse ulteriori ragioni di merito  segnalate ed evidenziate al Consiglio dei Ministri;

Al fine di ottenere la promozione della questione di legittimità costituzionale ai sensi dell'art. 127, 1° comma della Costituzione, avverso la legge regionale della Sardegna, n. 5, del 13 aprile 2017 (legge di stabilità 2017) in quanto:

Per palese vioazione di legge, si noti al riguardo, che il comma 13. dell’art. 2, della legge in esame, ha vìolato palesemente l'ordinamento delle autonomie locali della Sardegna, con particolare riferimento ai principi dell'articolo 5 della Costituzione “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento”, e degli articoli 3, comma 1, lettera b) e 43 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna).

Ha vìolato, altresì, i principi di cui agli articoli 118 e 119 della Costituzione in quanto, si impedisce lo svolgimento delle funzioni democratiche delle autonomie locali in Sardegna, nella loro articolazione territoriale provinciale, attuale e vigente, nonché della Convenzione europea relativa alla Carta europea dell'autonomia locale ratificata con legge 30 dicembre 1989, n. 439 (Ratifica ed esecuzione della convenzione europea relativa alla Carta europea dell'autonomia locale, firmata a Strasburgo il 15 ottobre 1985), e dei principi di grande riforma economica e sociale contenuti nella legislazione statale previsti dalla legge 7 aprile 2014, n. 56 (Legge Delrio).
La Regione Sardegna, ai sensi dell’art. 3, comma 1, della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto Speciale della Regione Sardegna) pur avendo potestà legislativa in materia di ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni, può legiferare esclusivamente in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica e col rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica.

A mio avviso, il comma 13. dell’art. 2, della L.R. 5/17 (legge di stabilità 2017), con l’abrogazione della norme che già stabilivano la libera e democratica elezione degli organi della Province della Sardegna, cioè: 
l'art. 27, comma 7) della LR. 2/16;
l’art. 2 della L.R. 11 novembre 2016, n. 29;
doveva essere impugnata e cassata, in quanto, di fatto,  si è  impedito il libero esercizio democratico delle elezioni (ancorché di secondo grado) costituzionalmente tutelato. 
Naturalmente il governo, ha preferito censurare aspetti molto meno importanti, e se ne è guardato bene dal toccare gli interessi politici della loro stessa parte, ben radicati in terra di sardegna.

Infatti, con tale norma sopravviveranno per un altro anno (cioè il 3° - sino al 31/12/2017) i 7  amici Amministratori Straordinari del #PD, nominati e non certo a gratis, ma al piccolo costo per le casse regionali di 110 mila euro annui circa, cadauno.

Le elezioni di secondo grado delle riformate Provincie della Sardegna, ancora una volta, non si terranno, alla faccia della sbandierata democrazia partecipata, falsamente sbandierata da Pigliaru ed Erriu, in tv e sulla stampa, esattamente a fine 2016 e non più tardi dell'inizio del 2017.

E tutto ciò, mentre l'incapacità manifesta, e la desistenza politica passiva, continuano a generare disservizi, stati di pericolo per l'incolumità pubblica, e mentre gli "straordinari" tentano,  con risibili lettere "preventive" alle autorità giudiziarie competenti, al fine di proteggersi anticipatamente il deretano da insorgenti denunce dei cittadini, sugli eventuali sviluppi negativi derivanti dall'assenza di azioni amministrative, politiche e gestionali relative alle funzioni di cui le province medesime sono titolari ma che non svolgono.

Dulcis in fundo, il governo non ha ritenuto di impugnare la norma  (proposta dall'On.le Giovanni Satta, e recepita dalla maggioranza), che in sardegna ha finalmente restituito e reintrodotto l'intera giornata di permesso se lavoratori dipendenti, e quindi la giusta dignità ai consiglieri comunali, per la partecipazione alle sedute del rispettivi Consigli.

venerdì 26 maggio 2017

SATTA: sulla sospensione delle vaccinazioni a Buddusò

Depositata nella mattinata del 26 maggio 2017, ed in attesa di registrazione, l'Interrogazione Satta Giovanni - con richiesta di risposta scritta, sulla situazione venutasi a creare a seguito della sospensione delle vaccinazioni presso il poliambulatorio ATS del servizio di igiene pubblica di Buddusò.
ecco il testo:

Il sottoscritto,
premesso che:

Da notizie apprese da un emittente locale in data 24.05.2017, il servizio igiene pubblica e delle vaccinazioni del poliambulatorio ATS di Buddusò è stato provvisoriamente sospeso e le vaccinazioni sono state trasferite a Olbia;

L’effettuazione delle prestazioni, che si sino a qualche mese fa si svolgevano correttamente nella comunità di Buddusò, ora hanno subito un sostanziale ridimensionamento, in quanto, da un cartello affisso presso gli stessi locali, si ricava che le vaccinazioni si faranno il 1° ed il 3° martedì del mese, dalle ore 9,30 alle ore 12,30 (salvo comunicazioni di chiusura extemporanea);

Analogamente, tale disservizio riguarda anche la comunità di Ala dei Sardi;

Tutto ciò, senza che del disagio insorgente e ormai in essere, sia stata data una preventiva informazione, puntuale e precisa da parte dei responsabili del servizio dell’ATS territorialmente competente;

Considerato che tale riduzione di servizi, sta già determinando un forte malcontento nelle popolazioni, in particolare delle famiglie con minori in età di vaccino, che si vedranno costrette a recarsi a Olbia per avere garantito il diritto alla salute dei propri congiunti, con costi ulteriori per il bilancio familiare, oltre che di perdita di tempo stante il percorso necessario (124 km. A/R) per raggiungere tale sede;

Richiamate le “Disposizioni urgenti in materia di prevenzione vaccinale adottate dal Consiglio dei ministri nella riunione n. 30 del 19 Maggio 2017, su proposta della Ministra della salute Beatrice Lorenzin, che ha approvato un decreto legge contenente misure urgenti in materia di prevenzione vaccinale;

Ricordato che il decreto è diretto a garantire in maniera omogenea sul territorio nazionale le attività dirette alla prevenzione, al contenimento e alla riduzione dei rischi per la salute pubblica con particolare riferimento al mantenimento di adeguate condizioni di sicurezza epidemiologica in termini di profilassi e di copertura vaccinale, superando l’attuale frammentazione normativa;
Evidenziato, in particolare, che il decreto rende obbligatorie le seguenti vaccinazioni:
  • anti-poliomelitica;
  • anti-difterica;
  • anti-tetanica;
  • anti-epatitica B;
  • anti-pertossica;
  • anti Haemophilus influenzae tipo B;
  • anti-meningoccocica B;
  • anti-meningoccocica C;
  • anti-morbillosa;
  • anti-rosolia;
  • anti-parotite;
  • anti-varicella.
Rappresentata, la massima preoccupazione per l’interruzione di un importante servizio, proprio in un momento in cui l’attenzione nazionale e regionale è massima nel fornire le prestazioni vaccinali, oramai obbligatorie, dal momento dell’entrata in vigore, infatti, è previsto l'obbligo di vaccinarsi che produrrà, in assenza di certificazione, l'impossibilità di iscriversi al sistema scolastico zero-sei anni;

chiede di interrogare il Presidente della Regione e l'Assessore regionale dell'igiene e sanità e dell'assistenza sociale per sapere:

1) se siano a conoscenza di quanto esposto;
2) quali sono le motivazioni che hanno indotto l’ATS a sospendere e/o ridimensionare le prestazioni inerenti le vaccinazioni, peraltro senza preavviso pubblico alle popolazioni interessate;
3) quali azioni si intendono urgentemente porre in essere nei confronti dell’ATS, per l’immediato ripristino del servizio pubblico presso il poliambulatorio di Buddusò.

Firmato


Giovanni Satta


Cagliari, 26 maggio 2017




 


giovedì 25 maggio 2017

SATTA: interrogazione sui lavori - direttrice Abbasanta - Buddusò - Olbia

Depositata in data 24 maggio 2017, ed in attesa di registrazione, l'Interrogazione Satta - Ledda – Cocco Daniele Secondo, con richiesta di risposta scritta, sulla realizzazione dei “Lavori di collegamento alla provinciale Abbasanta - Buddusò - Olbia - della SS 389, tratto Alà dei Sardi – bivio Padru” e della “Riqualificazione dell’itinerario tratto S.P. 24 e S.P. 110 - Collegamento tra la S.S. 389 e la nuova S.S. 125 Orientale Sarda nel territorio di Alà dei Sardi e Padru”.



giovedì 18 maggio 2017

Appunti 2




In prosecuzione degli appunti:

Si rende necessario un aggiornamento, 

L'8° C.N. è stato convocato dal presidente in data  29.03.2017, per tenersi ad OR il 29.04.2017, ma a causa di impegni "precedentemente assunti" da parte di numerosi consiglieri, gli stessi ne hanno richiesto il rinvio, pertanto è stato sconvocato e non si è tenuto;

Il C.N. n. 8, è stato quindi aggiornato in data 08.05.2017, per la data del 13.05.2017 sempre ad OR, stesso luogo ed orario; all'appello, risultavano presenti 18 consiglieri, pertanto non era presente il numero legale per poter validamente deliberare.

Numerose le assenze, sopratutto tra la maggioranza,  ma anche nella minoranza.

Ho chiesto al Presidente, di consentire, nell'occasione, ai presenti di poter discutere, quantomeno al fine di fare chiarezza sulla situazione politica interna che si stava delineando;

Il segretario, nel frattempo sopraggiunto, invitato a prendere la parola, ha sostanzialmente rimproverato al Presidente, di aver deciso in totale solitudine, la data dell'aggiornamento della seduta, senza rapportarsi con l'ufficio di presidenza, ne tantomeno con lui, e senza considerare gli impegni di diversi consiglieri, coinvolti nella presentazione delle liste amministrative, il cui termine era per le ore 12 del giorno della convocazione.

Ha assunto l'impegno formale, subito dopo le elezioni amministrative dell'11 giugno, di celebrare i congressi di federazione, con i limiti territoriali preesistenti, cioè quelli amministrativi coincidenti con le 8 ex Province ante riforma LR. 2/16, che corrispondono ai collegi elettorali circoscrizionali vigenti per le elezioni regionali.

Il presidente ha puntualmente risposto alle sue contestazioni, osservando tra l'altro, che ben "33 consiglieri che in poche ore, per la seduta del 29.04.17, comunicano, di avere impegni pregressi, non appaiono una mera coincidenza o casualità, ma con tutta evidenza, definiscono una linea ed una azione voluta e programmata, il cui esito, non fa ben sperare per gli impegni che il partito deve affrontare".

Sono seguiti diversi interventi, tra i quali l'illustrazione della Mozione presentata da Angelo Carta, sono state presentate richieste di chiarimenti su una serie di problematiche connesse alle strategie ed alleanze, alle prospettive legate all'allargamento del Gruppo in C.R., al tesseramento pregresso mai consegnato, al rispetto delle regole statutarie e dei regolamenti, all'approvazione dei Bilanci 2012/13/14/15/16, annunciati dal segretario amministrativo nella seduta del 10.12.2016, ma mai trasmessi ne pervenuti ai consiglieri nazionali.

La seduta verrà riconvocata a domicilio.





venerdì 12 maggio 2017

CORTE: BOCCIATE LE NORME DI MODIFICA SUGLI USI CIVICI... E ALTRO ANCORA

Eccola, la sentenza n. 103 della Corte, depositata ieri 11 maggio 2017, che dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, comma 12, 4, commi 24, 25, 26 e 27, e 8, comma 13, della legge della Regione autonoma Sardegna 11 aprile 2016, n. 5, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno 2016 e per gli anni 2016-2018 (legge di stabilità 2016)». 










SENTENZA N. 103
ANNO 2017

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE
composta dai signori: Presidente: Paolo GROSSI; Giudici : Alessandro CRISCUOLO, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI,

ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel giudizio di legittimità costituzionale degli artt. 1, comma 12, 4, commi 24, 25, 26 e 27, e 8, comma 13, della legge della Regione autonoma Sardegna 11 aprile 2016, n. 5, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno 2016 e per gli anni 2016-2018 (legge di stabilità 2016)», promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri con ricorso notificato il 13-16 giugno 2016, depositato in cancelleria il 21 giugno 2016 ed iscritto al n. 34 del registro ricorsi 2016.
Udito nell’udienza pubblica del 21 febbraio 2017 il Giudice relatore Aldo Carosi;
udito l’avvocato dello Stato Gianni De Bellis per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto
1.– Con ricorso notificato il 13-16 giugno 2016 (iscritto al n. 34 del Reg. ric. dell’anno 2016) il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha impugnato gli artt. 1, comma 12, 4, commi 24, 25, 26 e 27, e 8, comma 13, della legge della Regione autonoma Sardegna 11 aprile 2016, n. 5, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno 2016 e per gli anni 2016 - 2018 (legge di stabilità 2016)» – pubblicata sul Bollettino ufficiale della Regione autonoma Sardegna del 13 aprile 2016, n. 18 – in riferimento agli artt. 117, secondo comma, lettere l) e s), e terzo comma – in relazione agli artt. 135, 142 e 143 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), ed all’art. 31, comma 26, della legge 12 novembre 2011, n. 183, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2012)» – e 118 della Costituzione.
1.1.– Anzitutto, il ricorrente censura l’art. 1, comma 12, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016, in quanto, disponendo l’applicazione dell’art. 159, commi 1, 3 e 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), agli enti strumentali della Regione, alle unioni di comuni, ai consorzi industriali provinciali ed ai consorzi di bonifica relativamente ai fondi messi a disposizione da parte dello Stato, della Regione e dell’Unione europea, estenderebbe la portata soggettiva ed oggettiva del regime di limitazione delle procedure di esecuzione e quindi di soddisfacimento patrimoniale delle ragioni dei creditori. In tal modo la norma eccederebbe dalla competenza regionale, incidendo in materie – «norme processuali» ed «ordinamento civile» – riservate al legislatore statale dall’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost., così come questa Corte avrebbe già avuto modo di affermare (si cita la sentenza n. 273 del 2012).
1.2.– In secondo luogo, il Presidente del Consiglio dei ministri impugna l’art. 4, commi 24, 25, 26 e 27, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016. In particolare, il ricorrente sostiene che il comma 24 prevederebbe una riapertura dei termini per la richiesta di sclassificazione dei beni di uso civico; il comma 25 inserirebbe un’ulteriore ipotesi in cui consentirla ed i commi 26 e 27 provvederebbero direttamente alla sclassificazione di alcuni beni di uso civico, sottraendoli al relativo regime. Tali disposizioni contrasterebbero con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e con gli artt. 135, 142 e 143 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), con cui il legislatore statale avrebbe esercitato la propria competenza esclusiva in materia. In particolare, l’art. 143 del d.lgs. n. 42 del 2004 – che disciplina il piano paesaggistico la cui elaborazione è affidata, dall’art. 135 del medesimo decreto, congiuntamente a Stato e Regione – prevede al comma 1, lettera c), che esso debba comprendere la «ricognizione delle aree di cui al comma 1 dell’articolo 142, loro delimitazione e rappresentazione in scala idonea alla identificazione, nonché determinazione di prescrizioni d’uso intese ad assicurare la conservazione dei caratteri distintivi di dette aree e, compatibilmente con essi, la valorizzazione». Tra le aree interessate dal richiamato art. 142, comma 1, del d.lgs. n. 42 del 2004 rientrano quelle «assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici» (lettera h). Con le norme censurate la Regione autonoma Sardegna sarebbe intervenuta unilateralmente anziché attraverso la pianificazione condivisa, senza che al riguardo possa soccorrere la competenza legislativa regionale in materia – si tratterebbe di quella sugli usi civici riconosciuta dall’art. 3, primo comma, lettera n), della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna) – atteso che essa incontra il limite delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica quali le evocate disposizioni del codice dei beni culturali e del paesaggio, così come già affermato da questa Corte (si cita la sentenza n. 210 del 2014). Di qui la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., nonché dell’art. 118 Cost. per il mancato rispetto del principio di leale collaborazione, stante la «connessione indissolubile tra materie di diversa attribuzione».
1.3.– Infine, il Presidente del Consiglio dei ministri impugna l’art. 8, comma 13, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016, in quanto la norma prevederebbe, per i piccoli Comuni sardi, l’esenzione dal regime sanzionatorio correlato al mancato rispetto del patto di stabilità interno per il 2015. La disposizione esorbiterebbe dalla competenza prevista dall’art. 3, lettera b), dello statuto reg. Sardegna in materia di «ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni» e si porrebbe in contrasto con l’art. 31, comma 26, della legge n. 183 del 2011, espressione di un principio riconducibile alla materia «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», di cui all’art. 117, terzo comma, Cost.
2.– La Regione autonoma Sardegna non si è costituita in giudizio.

Considerato in diritto
1.– Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato gli artt. 1, comma 12, 4, commi 24, 25, 26 e 27, e 8, comma 13, della legge della Regione autonoma Sardegna 11 aprile 2016, n. 5, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno 2016 e per gli anni 2016 - 2018 (legge si stabilità 2016)», in riferimento agli artt. 117, secondo comma, lettere l) e s), terzo comma – in relazione agli artt. 135, 142 e 143 del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell’articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137), ed all’art. 31, comma 26, della legge 12 novembre 2011, n. 183, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2012)» – e 118 della Costituzione.
Anzitutto, il ricorrente censura l’art. 1, comma 12, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 in quanto, disponendo l’applicazione dell’art. 159, commi 1, 3 e 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), agli enti strumentali della regione, alle unioni di comuni, ai consorzi industriali provinciali ed ai consorzi di bonifica relativamente ai fondi messi a disposizione da parte dello Stato, della regione e dell’Unione europea, estenderebbe la portata soggettiva ed oggettiva del regime di limitazione delle procedure di esecuzione e quindi di soddisfacimento patrimoniale delle ragioni dei creditori previsto dalla normativa statale, incidendo in materie – «norme processuali» ed «ordinamento civile» – riservate al legislatore statale dall’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost.
In secondo luogo, il Presidente del Consiglio dei ministri impugna l’art. 4, commi 24, 25, 26 e 27, della citata legge regionale. In particolare, il ricorrente sostiene che il comma 24 prevederebbe una riapertura dei termini per la richiesta di sclassificazione dei beni di uso civico prevista dall’art. 18-bis della legge della Regione autonoma Sardegna 14 marzo 1994, n. 12 (Norme in materia di usi civici. Modifica della legge regionale 7 gennaio 1977, n. 1 concernente l’organizzazione amministrativa della Regione sarda); il comma 25 inserirebbe un’ulteriore ipotesi in cui consentirla ed i commi 26 e 27 provvederebbero direttamente alla sclassificazione di alcuni beni di uso civico, sottraendoli al relativo regime. Tali disposizioni contrasterebbero con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. e con gli artt. 135, 142 e 143 del d.lgs. n. 42 del 2004, che prevedono l’elaborazione congiunta tra Stato e regione del piano paesaggistico e dispongono che esso comprenda anche «le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici». Con le norme censurate la Regione autonoma Sardegna sarebbe intervenuta unilateralmente anziché attraverso la pianificazione condivisa, senza che al riguardo possa soccorrere la competenza legislativa regionale in materia di usi civici, atteso che essa incontra il limite delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica, quali sarebbero le evocate disposizioni legislative statali. Di qui la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., nonché dell’art. 118 Cost., per il mancato rispetto del principio di leale collaborazione.
I commi 26 e 27 dell’art. 4, individuando – attraverso i dati catastali – alcuni terreni di cui disporre la sclassificazione, sarebbero inficiati dal medesimo vizio dei commi precedenti ed inoltre, per effetto del loro carattere di norme provvedimentali, sottrarrebbero «risorse alla collettività che ne è proprietaria», interferendo contemporaneamente sulla tutela del paesaggio, «materia assegnata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato».
Infine, il Presidente del Consiglio dei ministri censura l’art. 8, comma 13, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016, in quanto la norma prevederebbe, per i piccoli comuni sardi, l’esenzione dal regime sanzionatorio correlato al mancato rispetto del patto di stabilità interno per l’anno 2015. La disposizione esorbiterebbe dalla competenza statutaria in materia di «ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni» e si porrebbe in contrasto con l’art. 31, comma 26, della legge n. 183 del 2011, espressione di un principio riconducibile alla materia «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», di cui all’art. 117, terzo comma, Cost.
2.– L’art. 1, comma 12, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 viene denunciato per contrasto con l’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost. e non per violazione di un parametro statutario.
Secondo la giurisprudenza di questa Corte, «nel caso in cui venga impugnata in via principale la legge di un soggetto ad autonomia speciale, la compiuta definizione dell’oggetto del giudizio, onere di cui è gravato il ricorrente, non può prescindere dall’indicazione delle competenze legislative assegnate dallo statuto» (ex plurimis, sentenza n. 252 del 2016).
Tuttavia, questa Corte ha altresì chiarito che «il ricorrente ben può dedurre la violazione dell’art. 117 Cost. e postulare che la normativa regionale o provinciale impugnata eccede dalle competenze statutarie quando a queste ultime essa non sia in alcun modo riferibile (sentenza n. 16 del 2012)» (sentenza n. 151 del 2015).
Nella fattispecie, il contenuto della norma censurata – eminentemente privatistico e processuale, come meglio risulterà in prosieguo – nonché la natura del parametro evocato – «ordinamento civile» e «norme processuali» – escludono in maniera evidente di per sé l’utilità di uno scrutinio alla luce delle disposizioni statutarie (similmente, sentenza n. 391 del 2006).
2.1– Tanto premesso, nel merito la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 12, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 è fondata.
La disposizione, nel prevedere che siano applicate agli enti strumentali della regione, alle unioni dei comuni, ai consorzi industriali provinciali e ai consorzi di bonifica le disposizioni dei commi 1, 3 e 4 dell’art. 159 del d.lgs. n. 267 del 2000, e successive modifiche e integrazioni, amplia la fattispecie normativa richiamata con riguardo ad una serie di enti pubblici e di situazioni oggettive in essa non ricompresi.
In sostanza, la norma censurata opera un’estensione oggettiva e soggettiva della disciplina dettata dal legislatore statale, consentendo di escludere dall’esecuzione forzata i fondi specificatamente destinati alla realizzazione di opere pubbliche delegate dalla regione messi a disposizione da parte dello Stato, della regione stessa o dell’Unione europea ad una serie di enti la cui elencazione eccede quella alla quale si riferisce l’art. 159 del d.lgs. n. 267 del 2000.
Introducendo una limitazione al soddisfacimento patrimoniale delle ragioni dei creditori dei suddetti enti ed assegnando alle situazioni soggettive di coloro che hanno avuto rapporti con essi un regime sostanziale e processuale peculiare rispetto a quello ordinario altrimenti applicabile, l’art. 1, comma 12, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 incide, dunque, nelle materie «ordinamento civile» e «norme processuali» di competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera l), Cost. (sentenza n. 273 del 2012), onde la fondatezza della questione proposta.
3.– Il Presidente del Consiglio dei ministri ha impugnato altresì l’art. 4, commi 24, 25, 26 e 27, della medesima legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 in riferimento agli artt. 117, secondo comma, lettera s), e 118 Cost., sotto il profilo della leale collaborazione.
Secondo il ricorrente, il comma 24, disponendo una riapertura dei termini per la richiesta di sclassificazione dei beni di uso civico prevista dall’art. 18-bis della legge reg. Sardegna n. 12 del 1994, ed il comma 25, inserendo un’ulteriore ipotesi di sclassificazione, contrasterebbero con l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., e con gli artt. 135, 142 e 143 del d.lgs. n. 42 del 2004, i quali sono espressione della competenza esclusiva dello Stato in materia ambientale. Tale competenza, ricomprendendo la pianificazione e la tutela delle aree «assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici» (art. 142, comma 1, lettera h, del d.lgs. n. 42 del 2004), sarebbe invasa dalla Regione autonoma Sardegna e violata in relazione ai «principi fondamentali che sorreggono la materia della tutela del paesaggio». Ciò anche in relazione al profilo della pianificazione paesaggistica (viene in tal senso richiamato l’art. 143 del Codice dei beni culturali e del paesaggio, il quale sarebbe norma di grande riforma economico-sociale).
I commi 26 e 27 dell’art. 4, individuando – attraverso i dati catastali – alcuni terreni di cui disporre la sclassificazione, sarebbero inficiati dal medesimo vizio dei commi precedenti ed inoltre, per effetto del loro carattere di norme provvedimentali, sottrarrebbero «risorse alla collettività che ne è proprietaria», interferendo contemporaneamente sulla tutela del paesaggio, «materia assegnata alla potestà legislativa esclusiva dello Stato».
Le norme impugnate sarebbero altresì in contrasto con il principio di leale collaborazione, anche alla luce della sentenza n. 210 del 2014, perché il legislatore regionale avrebbe proceduto con modalità unilaterali preclusive della considerazione degli interessi sottesi alla competenza legislativa di cui lo Stato è titolare.
3.1.– Per la disamina della questione di legittimità costituzionale oggetto del giudizio è utile una sintetica ricostruzione dell’evoluzione storico-normativa che caratterizza la materia degli “usi civici e delle università agrarie”. Come si chiarirà in prosieguo, queste espressioni individuano, sotto il profilo oggettivo e soggettivo, fattispecie diverse di beni civici.
Le fonti legislative di riferimento per la definizione del presente giudizio sono essenzialmente: la legge 16 giugno 1927, n. 1766 (Conversione in legge del R.D. 22 maggio 1924, n. 751, riguardante il riordinamento degli usi civici nel Regno, del R.D. 28 agosto 1924, n. 1484, che modifica l’art. 26 del R.D. 22 maggio 1924, n. 751, e del R.D. 16 maggio 1926, n. 895, che proroga i termini assegnati dall’art. 2 del R.D.L. 22 maggio 1924, n. 751), ed il regio decreto 26 febbraio 1928, n. 332 (Approvazione del regolamento per la esecuzione della legge 16 giugno 1927, n. 1766, sul riordinamento degli usi civici del Regno), inerenti al regime giuridico dei beni civici; il d.lgs. n. 42 del 2004, afferente alla tutela paesaggistica ed ambientale; la legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3 (Statuto speciale per la Sardegna), la quale attribuisce alla Regione stessa, «in armonia con la Costituzione e i principi dell’ordinamento giuridico della Repubblica e col rispetto […] degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica […] potestà legislativa [in materia di] usi civici» (art. 3, lettera n).
Nella richiamata normativa il sintagma “usi civici” è utilizzato in modo polisenso, onnicomprensivo dei fenomeni di titolarità e gestione di beni comuni da parte di una collettività organizzata e dei suoi componenti. Carattere comune di questi istituti giuridici (differenziati sul territorio nazionale: domini collettivi, regole, cussorge, ademprivi, etc.) è la gestione di alcuni beni in comune per finalità prevalentemente agro-silvo-pastorali, finalità che ebbero particolare rilevanza in passato nelle collettività rurali caratterizzate da un’ampia diffusione dell’economia di sussistenza.
Nel contesto storico contemporaneo la rilevanza socio-economica delle antiche utilizzazioni si è notevolmente ridotta, ma le leggi più recenti (decreto-legge 27 giugno 1985, n. 312, recante «Disposizioni urgenti per la tutela delle zone di particolare interesse ambientale», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 8 agosto 1985, n. 431, ed art. 142 del d.lgs. n. 42 del 2004) hanno stabilito che i caratteri morfologici, le peculiari tipologie d’utilizzo dei beni d’uso civico ed il relativo regime giuridico sono meritevoli di tutela per la realizzazione di interessi generali, ulteriori e diversi rispetto a quelli che avevano favorito la conservazione integra e incontaminata di questi patrimoni collettivi.
Il riconoscimento normativo della valenza ambientale dei beni civici ha determinato, da un lato, l’introduzione di vincoli diversi e più penetranti e, dall’altro, la sopravvivenza del principio tradizionale, secondo cui eventuali mutamenti di destinazione – salvo i casi eccezionali di legittimazione delle occupazioni e di alienazione dei beni silvo-pastorali – devono essere compatibili con l’interesse generale della comunità che ne è titolare. Detto principio si rinviene nell’art. 41 del r.d. n. 332 del 1928, il quale stabilisce «[…] che a tutte o parte delle terre sia data una diversa destinazione, quando essa rappresenti un reale beneficio per la generalità degli abitanti […]. In tal caso il decreto di autorizzazione conterrà la clausola del ritorno delle terre, in quanto possibile, all’antica destinazione quando venisse a cessare lo scopo per il quale l’autorizzazione era stata accordata. Qualora non sia possibile ridare a queste terre l’antica destinazione, il Ministro per l’economia nazionale potrà stabilire la nuova destinazione delle terre medesime».
La linea di congiunzione tra le norme risalenti e quelle più recenti, che hanno incluso gli usi civici nella materia paesaggistica ed ambientale, va rintracciata proprio nella pianificazione: ai piani economici di sviluppo per i patrimoni silvo-pastorali di cui all’art. 12 della legge n. 1766 del 1927 vengono oggi ad aggiungersi ed a sovrapporsi i piani paesaggistici di cui all’art. 143 del d.lgs. n 42 del 2004. La pianificazione prevista da questi ultimi – a differenza del passato – riguarda l’intero patrimonio dei beni civici e non più solo i terreni identificati dall’art. 11 della legge n. 1766 del 1927 con la categoria a («terreni convenientemente utilizzabili come bosco o come pascolo permanente»).
Caratteristico dei beni d’uso civico è stato, ed è tuttora, il particolare regime di indisponibilità (art. 12, secondo comma, della legge n. 1766 del 1927), che la giurisprudenza ha sempre considerato con il massimo rigore ermeneutico (ex plurimis, Cass., sezione seconda, 24 luglio 1963, n. 2062).
Mentre la legge n. 1766 del 1927 differenziava la destinazione delle terre d’uso civico prevedendo che le terre di categoria a fossero adibite a boschi e pascoli (artt. 12, secondo comma, della legge n. 1766 del 1927) e che quelle ascritte dall’art. 11 della medesima legge alla categoria b («terreni convenientemente utilizzabili per la coltura agraria») fossero oggetto di ripartizione e cessione in enfiteusi (artt. 13 e seguenti della legge n. 1766 del 1927) a membri della comunità per l’esercizio dell’attività agricola, i profondi mutamenti economici e sociali intervenuti nel secondo dopoguerra hanno modificato l’orientamento del legislatore nel senso di una conservazione unitaria dei patrimoni nel loro complesso. In sostanza, sono venuti in evidenza diversi profili di interesse generale, in particolare quelli paesaggistici ed ambientali che hanno coinvolto l’intero patrimonio d’uso civico.
Questa evoluzione normativa si è manifestata prima con l’art. 1 del d.l. n. 312 del 1985, il quale ha sottoposto a vincolo paesaggistico, tra l’altro, «le aree assegnate alle università agrarie e le zone gravate da usi civici» (art. 82, quinto comma, lettera h, del d.lgs. n. 616 del 1977) e, poi, con l’art. 142, comma 1, lettera h) del d.lgs. n. 42 del 2004 che ha inserito detti beni nel codice dei beni culturali e del paesaggio.
Questa Corte ha qualificato tali disposizioni come norme di grande riforma economico-sociale (ex plurimis, sentenze n. 210 del 2014, n. 207 e n. 66 del 2012, n. 226 e n. 164 del 2009).
3.2.– La richiamata evoluzione normativa consente di focalizzare l’attenzione sulla disciplina delle trasformazioni d’uso dei beni civici, con particolare riguardo agli istituti traslativi attraverso i quali tali trasformazioni divengono possibili.
Da un lato, l’alienazione e la legittimazione servono alla conversione del demanio in allodio, comportante la sottoposizione del bene trasformato alla disciplina civilistica della proprietà privata; dall’altro, il mutamento di destinazione ha lo scopo di mantenere, pur nel cambiamento d’uso, un impiego utile alla collettività che ne rimane intestataria. Già prima dell’emanazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio questa Corte aveva affermato che nell’ordinamento costituzionale vigente prevale – nel caso dei beni civici – l’interesse «di conservazione dell’ambiente naturale in vista di una [loro] utilizzazione, come beni ecologici, tutelato dall’articolo 9, secondo comma, Cost.» (sentenza n. 391 del 1989).
Pur nel mutato quadro normativo, la destinazione di beni civici può essere variata solo nel rispetto della vocazione dei beni e dell’interesse generale della collettività, all’esito di un procedimento tecnico-amministrativo, rispettoso dell’art. 41 del r.d. n. 332 del 1928.
In tale prospettiva, il mutamento di destinazione non contrasta con il regime di indisponibilità del bene civico: infatti i decreti di autorizzazione al mutamento prevedono, salvo casi eccezionali, la clausola risolutiva ricavata dal citato art. 41, secondo cui, ove la nuova destinazione venga a cessare, sarà automaticamente ripristinata la precedente oppure conferita una nuova, anch’essa compatibile con la vocazione dei beni, attraverso la valutazione delle autorità competenti. Queste ultime – per quanto precedentemente argomentato – devono essere oggi individuate nel Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e nella regione (in tal senso, sentenza n. 210 del 2014).
Se il mutamento di destinazione è compatibile – sotto gli enunciati profili – col regime di indisponibilità dei beni civici, altrettanto non può dirsi degli istituti dell’alienazione e della legittimazione, i quali – rispettivamente per i beni di categoria a e di categoria b (art. 11 della legge n. 1766 del 1927) – prevedono la trasformazione del demanio in allodio con conseguente trasferimento del bene in proprietà all’acquirente o al legittimatario, attraverso la previa sclassificazione dello stesso. Detti procedimenti sono stati interpretati con rigorosi criteri restrittivi dal giudice della nomofilachia, che ne ha sovente equiparato i caratteri e gli effetti alla sdemanializzazione vera e propria (in tal senso, Cass., sezione seconda, 12 dicembre 1953, n. 3690).
Ed è proprio la differenza tra sclassificazione vera e propria e mutamento di destinazione ad assumere particolare rilevanza nell’ambito del presente giudizio. Infatti, tutte le disposizioni impugnate dal Presidente del Consiglio dei ministri producono l’effetto di sottrarre al patrimonio collettivo vasti appezzamenti di territorio, individuati od individuabili secondo la diversa tecnica normativa impiegata.
3.3.– Con particolare riguardo alla Regione autonoma Sardegna occorre anche ricordare come l’art. 3, lettera n), dello statuto speciale attribuisca alla stessa «[i]n armonia con la Costituzione e i principi fondamentali dell’ordinamento giuridico della Repubblica e col rispetto degli obblighi internazionali e degli interessi nazionali, nonché delle norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica», la potestà legislativa in materia di usi civici.
Le norme di attuazione dello statuto regolano, poi, le funzioni della Regione relative ai beni culturali e ambientali, nonché quelle relative alla redazione e all’approvazione dei piani paesaggistici, nell’ambito dei quali è contenuta la disciplina afferente all’utilizzazione dei beni d’uso civico, a sua volta funzionalmente collegata ai caratteri fisici e alla disciplina giuridica di tali beni.
Con la legge reg. n. 12 del 1994, la Regione autonoma Sardegna ha disciplinato in modo generale l’esercizio delle proprie funzioni in tema di usi civici. È significativa la formulazione dell’art. 1 di detta legge, il quale prevede che «Le disposizioni contenute nella presente legge sono intese a: a) disciplinare l’esercizio delle funzioni attribuite alla Regione sarda ai sensi degli articoli 3, lett. n), e 6 dello Statuto speciale per la Sardegna; b) garantire l’esistenza dell’uso civico, conservandone e recuperandone i caratteri specifici e salvaguardando la destinazione a vantaggio della collettività delle terre soggette agli usi civici; c) assicurare la partecipazione diretta dei Comuni alla programmazione ed al controllo dell’uso del territorio, tutelando le esigenze e gli interessi comuni delle popolazioni; d) tutelare la potenzialità produttiva dei suoli, prevedendo anche nuove forme di godimento del territorio purché vantaggiose per la collettività sotto il profilo economico e sociale; e) precisare le attribuzioni degli organi dell’Amministrazione regionale in materia di usi civici».
3.4.– Nelle disposizioni statutarie e di attuazione nonché in quelle introduttive della legge reg. Sardegna n. 12 del 1994 si rinviene un coerente collegamento (che – per quanto si dirà in prosieguo – viene inciso dalle norme impugnate) tra il regime giuridico dei beni civici, gli interessi territoriali della Regione stessa e la tutela paesistico-ambientale affidata alla cura dello Stato.
Questa Corte ha affermato in proposito che la conservazione ambientale e paesaggistica spetta, in base all’articolo 117, secondo comma, lettera s), Cost., alla cura esclusiva dello Stato, aggiungendo che tale titolo di competenza statale «riverbera i suoi effetti anche quando si tratta di Regioni speciali o di Province autonome, con l’ulteriore precisazione, però, che qui occorre tener conto degli statuti speciali di autonomia» (sentenza n. 378 del 2007).
Dunque, le disposizioni del Codice dei beni culturali e del paesaggio si impongono al rispetto del legislatore della Regione autonoma Sardegna, anche in considerazione della loro natura di norme di grande riforma economico-sociale e dei limiti posti dallo stesso statuto sardo alla potestà legislativa regionale (sentenze n. 210 del 2014 e n. 51 del 2006).
Detto rispetto comporta, tra l’altro, che la Regione autonoma Sardegna non possa assumere, unilateralmente, decisioni che liberano dal vincolo ambientale porzioni del territorio. Oltre alle ipotesi di mutamento di destinazione, che sostanzialmente rimodellano il vincolo ambientale verso una nuova finalità comunque conforme agli interessi della collettività, devono assolutamente soggiacere al meccanismo concertativo le ipotesi di sclassificazione, che sottraggono in via definitiva il bene alla collettività ed al patrimonio tutelato.
Il principio di favor della conservazione della destinazione pubblica è strettamente legato alla «connessione inestricabile dei profili economici, sociali e ambientali, che configurano uno dei casi in cui i principi combinati dello sviluppo della persona, della tutela del paesaggio e della funzione sociale della proprietà trovano specifica attuazione, dando origine ad una concezione di bene pubblico […] quale strumento finalizzato alla realizzazione di valori costituzionali […]. È la logica che ha ispirato questa Corte quando ha affermato che “la sovrapposizione fra tutela del paesaggio e tutela dell’ambiente si riflette in uno specifico interesse unitario della comunità nazionale alla conservazione degli usi civici, in quanto e nella misura in cui concorrono a determinare la forma del territorio su cui si esercitano, intesa quale prodotto di ‘una integrazione tra uomo e ambiente naturale’ (sentenza n. 46 del 1995)”» (sentenza n. 210 del 2014).
In definitiva, il modello procedimentale che permette la conciliazione degli interessi in gioco e la coesistenza dei due ambiti di competenza legislativa statale e regionale è quello che prevede la previa istruttoria e il previo coinvolgimento dello Stato nella decisione di sottrarre eventualmente alla pianificazione ambientale beni che, almeno in astratto, ne fanno “naturalmente” parte.
In tale prospettiva, «deve concludersi che per una efficace tutela del paesaggio e dell’ambiente non è sufficiente un intervento successivo alla [sclassificazione dei beni civici]: occorre al contrario garantire che lo Stato possa far valere gli interessi [al mantenimento del bene] concorrendo a verificare se sussistano o meno le condizioni per la loro stessa conservazione, ferme restando le regole nazionali inerenti al loro regime giuridico e alle relative forme di tutela» (ancora sentenza n. 210 del 2014).
4.– Alla luce di quanto precede, le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 4, commi 24, 25, 26 e 27, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 sono fondate, sia in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost., sia in riferimento al principio di leale collaborazione.
Tutte le disposizioni impugnate violano, infatti, il principio della copianificazione previsto dall’art. 143 del d.lgs. n. 42 del 2004, norma di grande riforma economico-sociale (ex plurimis, sentenza n. 210 del 2014). Al riguardo, deve essere condiviso l’assunto dell’Avvocatura generale dello Stato secondo cui l’attività di ricognizione e delimitazione delle aree d’uso civico vincolate ai sensi dell’art. 142 del citato Codice «costituisce uno dei contenuti minimi del piano paesaggistico (art. 143, comma 1, lett. c, del codice) e deve essere svolta congiuntamente dallo Stato e dalla Regione (art. 135 del codice)».
Peraltro, le disposizioni impugnate non si limitano ad esprimere determinazioni unilaterali, ma sono tutte dirette, sia pure con diversa tecnica normativa, a ridurre, attraverso la piena sclassificazione, il patrimonio vincolato.
Certamente la sclassificazione non può, salvo i casi suscettibili di alienazione e legittimazione previsti dalla legge n. 1766 del 1927, servire a sanare indiscriminatamente occupazioni abusive. Né si può fare riferimento alla pregressa cessazione dell’uso per giustificarla. Come è noto, regola generale è la imprescrittibilità del diritto di uso civico (artt. 2 e 9 della legge n. 1766 del 1927) ed è consolidato orientamento del giudice della nomofilachia quello della presunzione di preesistenza dell’uso (ex plurimis, Cass., sezioni unite, 24 febbraio 1982, n. 1150, Cass., sezione seconda, 6 maggio 1980, n. 2986, e Cass., sezione seconda, 20 ottobre 1976, n. 3660). Pertanto, il mancato esercizio dell’uso – magari causato “vi vel clam vel precario” – non può certamente giustificare l’adozione di una sclassificazione indiscriminata ma, nei casi tassativamente previsti, può giustificare una conversione al regime di diritto privato necessariamente onerosa.
Oltre che con la legge n. 1766 del 1927 in materia di usi civici, le disposizioni impugnate appaiono incoerenti anche con i principi espressi dal richiamato art. 1 della legge reg. Sardegna n. 12 del 1994, ispirati alla salvaguardia del patrimonio «conservandone e recuperandone i caratteri specifici e salvaguardando la destinazione a vantaggio della collettività delle terre soggette agli usi civici».
Le norme impugnate sono altresì lesive del principio di leale collaborazione perché sottraggono preventivamente una parte del patrimonio che dovrebbe essere sottoposto alla copianificazione tra Stato e Regione. Dopo la funzionalizzazione di tali beni alla cura del paesaggio e dell’ambiente, il carattere “sclassificante” delle norme regionali – anziché assumere un profilo di marginale riduzione del patrimonio tutelato – viene a costituire un elemento pregiudizievole e condizionante gli indirizzi ed i contenuti della pianificazione.
4.1.– In particolare, per quel che concerne il comma 24 dell’art. 4 della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 – il quale dispone la riapertura dei termini per la richiesta di sclassificazione dei beni da parte dei comuni – è da sottolineare come vi sia una chiara incoerenza tra la sua formulazione e la natura del vincolo paesistico-ambientale, il quale comporta, salvo le tassative eccezioni di legge, la conservazione del bene civico e del suo regime giuridico. Detta incoerenza emerge soprattutto in relazione al carattere generalizzato di una tale procedura ed alla fissazione di termini perentori per la presentazione delle istanze di sclassificazione.
Infatti, i beni d’uso civico sono inalienabili, inusucapibili ed imprescrittibili e la loro sclassificazione, che è finalizzata a sottrarre in via definitiva alla collettività di riferimento il bene, è un evento eccezionale subordinato alle specifiche condizioni di legge, tra le quali mette conto ricordare che le zone oggetto di legittimazione o di alienazione non interrompano la continuità del patrimonio collettivo, pregiudicandone la fruibilità nel suo complesso.
4.2.– Per quanto riguarda il comma 25 dell’art. 4 della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 – il quale prevede che siano oggetto di sclassificazione terreni che «siano stati già adibiti, alla data di entrata in vigore della presente legge, alla localizzazione di insediamenti produttivi nelle aree a ciò destinate all’interno delle delimitazioni dei consorzi industriali» – occorre sottolineare come detta norma, riguardando terreni soggetti a vincolo paesistico-ambientale, costituisca di fatto un allargamento dell’area delle sanatorie edilizie, riservata alle leggi dello Stato.
Pertanto non compete al legislatore regionale estendere il loro campo di applicazione (sull’impossibilità per il legislatore regionale di esercitare tale prerogativa, ex plurimis, sentenze n. 117 del 2015 e n. 196 del 2004). Tra l’altro, questa sostanziale invasione della competenza statale assimila fattispecie che potrebbero essere riconducibili ad ipotesi di condono di diversa natura e di differenziati presupposti (per i caratteri differenziali dei diversi condoni, sentenza n. 117 del 2015).
4.3.– Infine, quanto ai censurati commi 26 e 27 dell’art. 4 della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016, l’individuazione normativa di specifiche particelle catastali comportante la sclassificazione ex lege assume ulteriori connotati di illegittimità collegati all’evidente caratterizzazione delle due fattispecie come leggi provvedimento.
Fermo restando che questa Corte ritiene di per sé non contraria a Costituzione (ex plurimis sentenze n. 346 del 1991 e n. 143 del 1989) la legificazione, anche a livello regionale, di scelte che, di regola, sono compiute dall’amministrazione attiva, è da sottolineare come «[l]a legittimità di questo tipo di leggi, quindi, va accertata […] non tanto riguardo ai motivi della scelta della forma legislativa per un’attività di amministrazione, quanto piuttosto in relazione al suo specifico contenuto» (sentenza n. 492 del 1995).
Le suddette disposizioni incorporano e rendono prive di qualsiasi dialettica l’istruttoria relativa alla valutazione delle fattispecie concrete sulle quali incide la legge sclassificante. Esse infatti si basano, rispettivamente, su un verbale dell’Argea – Servizio territoriale del nuorese – del 15 aprile 2008 (che avrebbe riconosciuto «la perdita della destinazione funzionale originaria di terreni boschivi o pascolativi») e sull’asserita perdita dell’«originaria destinazione d’uso civico». L’assenza di un contraddittorio circa le situazioni in questione finisce per incidere sulle prerogative dello Stato in ordine alla copianificazione, e le pregiudica anche per la sottrazione al contraddittorio con le collettività (ed i relativi membri) intestatarie dei beni d’uso civico. Queste ultime ben avrebbero potuto avere accesso all’istruttoria amministrativa finalizzata all’emissione del provvedimento sclassificante e contribuire alla sua definizione se essa non fosse stata così incorporata nel testo legislativo.
Il comma 27 dell’art. 4 della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016, nel prescrivere che le cessazioni degli usi civici «hanno efficacia dalla data degli atti o provvedimenti ovvero, se precedenti, dalle date indicate negli atti o provvedimenti dalla data in cui è venuta meno la destinazione funzionale degli usi civici», viene concettualmente a collidere con il principio di imprescrittibilità del bene d’uso civico, secondo quanto precedentemente argomentato.
4.4.– In definitiva, le norme censurate sono accomunate da un medesimo errore concettuale di impostazione. Esso consiste nel concepire la sclassificazione dei beni d’uso civico alla stregua del mutamento di destinazione degli stessi che persegue finalità diverse da quelle originarie ma parimenti caratterizzate dalla permanenza dell’interesse generale alla loro nuova destinazione.
Al contrario, la sclassificazione – in quanto finalizzata all’alienazione ed alla legittimazione dei beni civici – non costituisce una scelta pianificatoria del legislatore regionale, bensì un istituto condizionato dalla preesistenza degli indefettibili requisiti di legge in presenza dei quali è possibile l’estinzione della natura pubblica del bene e il suo conseguente assoggettamento ad un pieno regime di diritto privato. Eventi, questi ultimi, che precludono, in radice, la permanenza della destinazione ambientale e – quindi – anche la possibilità della copianificazione.
5.– Anche la questione, sollevata nei confronti dell’art. 8, comma 13, della legge reg. Sardegna n. 5 del 2016 in riferimento all’art. 117, terzo comma, Cost., riconducibile alla materia «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario» ed in relazione all’art. 31, comma 26, della legge n. 183 del 2011, è fondata.
La norma regionale prevede per i «piccoli comuni sardi» l’esenzione dal regime sanzionatorio correlato al mancato rispetto del patto di stabilità interno per il 2015: «Nel rispetto dei principi di finanza pubblica ed esclusivamente nei casi di violazioni riguardanti il mancato rispetto del patto di stabilità interno per il 2015, ai piccoli comuni sardi non si applicano le sanzioni di cui all’articolo 31, comma 26, della legge 12 novembre 2011, n. 183 (legge di stabilità 2012), qualora i comuni dimostrino di rientrare dallo sforamento entro l’anno 2016, anche al netto dei ritardi dei trasferimenti regionali, causa ovvero concausa della violazione. La presente disposizione si applica nel territorio regionale in forza della capacità legislativa di cui all’articolo 3 della legge costituzionale n. 3 del 1948 e successive modifiche ed integrazioni».
La richiamata norma interposta, nel prevedere un articolato regime sanzionatorio, non contempla affatto l’eccezione disposta dal legislatore regionale.
Dal confronto tra le due disposizioni risulta che la disposizione regionale impugnata consente invece ad una parte dei «piccoli comuni sardi» di non essere soggetti al relativo regime sanzionatorio derivante dal mancato rispetto del patto di stabilità interno.
Questa Corte ha più volte affermato che la previsione di sanzioni in caso di violazione del patto di stabilità interno afferisce alla materia del coordinamento della finanza pubblica e trova applicazione anche nei confronti delle autonomie speciali (sentenze n. 46 del 2015, n. 54 del 2014, n. 229 del 2011, n. 169 e n. 82 del 2007, n. 417 del 2005, n. 353 e n. 36 del 2004).
Il potere di esonerare i suddetti enti locali dalle richiamate sanzioni non è, al contrario di quanto affermato nella disposizione impugnata, ricompreso nella competenza legislativa prevista dall’art. 3, lettera b), dello statuto della Regione autonoma Sardegna in materia di «ordinamento degli enti locali e delle relative circoscrizioni», poiché la corretta applicazione del patto di stabilità consegue ai vincoli europei e nazionali dei quali è titolare lo Stato in qualità di «custode della finanza pubblica allargata» (ex plurimis, sentenza n. 107 del 2016) ed, in quanto tale, titolare del potere di prevedere sanzioni nei confronti degli enti territoriali che, attraverso il mancato rispetto dello stesso, pongono in pericolo gli obiettivi di carattere macroeconomico.
La norma impugnata, non riconducibile a competenza legislativa prevista dallo Statuto, è dunque in contrasto con l’art. 117, terzo comma, Cost. in relazione all’evocata norma interposta, la quale non contempla, a livello nazionale, alcun esonero per la tipologia di enti individuata dal legislatore regionale.

per questi motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE
dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, comma 12, 4, commi 24, 25, 26 e 27, e 8, comma 13, della legge della Regione autonoma Sardegna 11 aprile 2016, n. 5, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio di previsione per l’anno 2016 e per gli anni 2016-2018 (legge di stabilità 2016)».
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 febbraio 2017.
F.to:
Paolo GROSSI, Presidente
Aldo CAROSI, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria l'11 maggio 2017.
Il Direttore della Cancelleria
F.to: Roberto MILANA